• Tel: +39 0883 1978921/25
  • ambiente.energia@cert.provincia.bt.it

Nel tendone dove l’uva si coglie con le labbra senza mani

Febbraio 09, 2022

Nel tendone dove l’uva si coglie con le labbra senza mani (da una citazione di Cesare Brandi in “Pellegrino di Puglia”, Martina Franca, Editori riuniti, 2004)”

Mauro Iacoviello (inedito)

Una colonna di Scaut si muove da Canne della Battaglia (sul ciglio lungo il versante in destra idrografica della Valle dell’Ofanto) diretti al Parco delle Miniere di San Samuele di Cafiero in agro di San Ferdinando di Puglia (lungo il ciglio del versante in sinistra). La colonna attraversa il Fiume in prossimità di un guado sul Fiume. E’ un guado di quelli della contemporaneità del Fiume: una strada cementata, testimonianza di un tempo passato quando i lavori di irreggimentazione idraulica ad opera del Provveditorato dei Lavori Pubblici di Puglia e Basilicata necessitavano di movimentazioni di terra cospicui e i mezzi dovevano muoversi liberamente tra le sponde.

E’ giugno e l’acqua nel Fiume è poca, perché trattenuta a monte in prossimità della Traversa di Santa Venere  nei pressi di Rocchetta S. Antonio, per alimentare gli usi più a valle: quelli dell’area industriale di San Nicola di Melfi e quelli agricoli delle due dighe di Capacciotti e Locone. In quello stesso giorno a monte della Traversa, un gruppo di canoisti si libra fra le rapide debolmente impetuose. Da dentro il Fiume appare come una stanza chiusa. La percezione non è più quella di un “serpente verde” nel paesaggio agricolo, ma uno spazio intimo. Suoni, colori, profumi rimandano all’idea di un fiume come quelli che si vedono nel documentari di luoghi lontani.

La colonna degli Scaut intanto giunge al guado. Una giornata calda e afosa. Con i piedi nudi camminano sul pelo dell’acqua. Per molte di quelle ragazze e di quei ragazzi il Fiume è un primo incontro; un refrigerio che si dirama al tutto il corpo  partendo da poche dita sulle caviglie.

Si riprende il cammino sulla sponda sinistra. Il senso di fresco di quelle poche dita d’acqua è un ricordo. Superato l’argine in terra battuta che in questo pezzo di paesaggio contemporaneo separa la campagna dal fiume (o meglio così dovrebbe essere), si cammina lungo i bordi di tendoni con pampini i fiore. Il colore delle foglie sono di un verde intenso; quelle attraversate dalla luce del sole invece brillano. Avvicinando lo sguardo si coglie il diramarsi della rete linfatica che dalle estremità delle foglie giunge al centro. Un salto di scala che porta alla trama ordinatrice della valle, la rete idrografica del bacino.

Qualcuno si ripara dal sole sotto quella seconda pelle dalla Puglia (come chiama Cesare Brandi le viti a pergola). Due metri dal terreno sono un’altezza giusta per trovare una casa, un altro intimo, uno spazio concluso, almeno tra la terra e il cielo.

Tutto ad un tratto dagli ugelli delle tubazioni irrigue poste sulle pergole, come se i pampani fossero nuvole verdi, si sente per tutti i sensi: l’arrivo di gocce d’acqua nello scroscio sul suolo, sulla pelle, nel profumo di terreno bagnato.

Un carro pieno di albicocche appena raccolte da appezzamenti limitrofi, offerte a quelle ragazze e a quei ragazzi. Qualcuno pensa al suo paradiso in terra.