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Ma i contadini non guardano le stelle…

Febbraio 09, 2022

Ma i contadini non guardano le stelle…

Alberto Jacoviello, “Il futuro ha un cuore antico. La Toyota non abita a S. Nicola di Melfi”, Calice editori, 1998

Quell’angolo di Basilicata, dove di produrranno automobili io lo conosco. È a pochi chilometri dal mio paese e fa parte della mia memoria storica. Adesso vi si arriva uscendo a Candela dall’autostrada Napoli-Baria un tre ore da Roma. Prima, tanti anni addietro, ci si avvicinava von la vecchia “Littorina” che andava da Foggia a Rocchetta Sant’Antonio e poi su corriere improbabili e traballanti. Era una bella valla coltivata a grano e appena più alto cominciavano pascoli per le poche vacche che dai paesini più a sud vi venivano trasferite, all’inizio dell’estate dai pastori, passo dopo passo, incitando gli animali, che seguivano una capofila al cui collo pendeva un grosso campanone. In coda, spesso, qualche cane da pastore, bianco o bianco pezzato di marrone, in genere pigro e macilento, che non aveva neppure la forza di abbaiare. Le vacche avevano un nome, e rispondevano con un breve muggito alla chiamata. Mio padre ne aveva cinque o sei e una si chiamava Basilicata. D’inverno ci davano un po’ di latte e se ne facevano, a mano, mozzarelle, che uno dei miei fratelli, Antonio, portava a casa la sera avvolte in fasci d’erba lunga e stretta che chiamava “porrazzo”.

Candela è l’ultimo paese prima del Tavoliere. E su di esso, infatti sembra costruito come un balcone. Percorrendo la strada che portava al borgo San Nicola di Melfi, prima del bivio per Lavello, a sinistra, sopra la valle dell’Ofanto, si erge una specie di montagna, stretta e lunga come la prua d’una nave. Il giorno di San Mauro, che cade il due maggio, e che è il santo protettore del mio paese, i giovani contadini organizzavano una gara di abilità e di professionalità. Si trattava di tracciare il solco più diritti, con aratri tirati da una coppia di muli o cavalli, da Lavello o quella montagna, che si chiama “Montagna spaccata”. Erano una ventina di chilometri, e si doveva guardare il fiume per poi riprendere il colco dell’altra riva. Era una gara da paesi poveri. La era seguita con passione da tutti gli abitanti. I vincitori di quella gara, giovani braccianti o piccoli contadini, hanno sempre trovato moglie tra le più belle ragazze del paese, giovani contadine robuste e tutt’altro che prive di una grazia sensuale e pudica. Un giorno, ma questo accade molti anni dopo, Ruggiero Grieco, pugliese, uno dei personaggi storici del Partito comunista, ne scatenò l’entusiasmo gridando in un comizio: “Anche le contadine hanno diritto a indossare calze di seta”.

L’insediamento industriale è a destra della strada dalla stazione autostradale di Candela porta fino a Melfi e a Lavello. Una decina di piccole fabbriche dalle mura pulite, che sembrano tirate a lucido come facevano una volta i contadini la domenica con le loro bestie, a furia di “brusca e striglia”. Quando ci passo accanto mi viene una sorta di tenerezza. È come se mi trovassi davanti a linde case di contadini, che da queste parti badano a “fare buona figura”. Mi dicono che si tratta di fabbriche che marciano bene, e che qui non c’è stata speculazione ai danni della “cassa del Mezzogiorno” intascati i finanziamenti, fabbriche abbandonate. È successo abbondantemente non molto lontano da qui: nella valle di Potenza c’è un vero e proprio cimitero di fabbriche fantasma.

Questo è il luogo scelto dalla Fiat. Tutti i paesi attorno, Melfi, Lavello, Barile, Rionero, Venosa, che dovranno fornire gli operai, son paesi di vecchia cultura contadina. Son lontani l’uno dall’altro. Nella mia infanzia, nelle sere d’estate, le luci dei paesi vicini non facevano né sognare né vincere la solitudine: erano troppo distanti, e non rimanevano che e stelle, che del resto i contadini non hanno mai tempo di guardare. Guardavamo il cielo solo il giorno, per capire se sarebbe venuta la pioggia o il bel tempo. Vecchia cultura contadina, ho detto. Ma la società è rimasta tutt’altro che ferma ad allora. Al mio paese, è rarissimo, ormai, veder gente che torna dalla campagna su cavalli o asini sfiancati dal lavoro. L’auto è diventata il mezzo principale di trasporto. E in quanto alla meccanizzazione agricola mi dicono che a Lavello l’indice non è di molto inferiore a quello della California. Nelle terre dove io lavoravo da ragazzo ci son sistemi irrigui di prim’ordine.

Ma non è una società ricca. La disoccupazione giovanile. Ad esempio, raggiunge livelli tra i più alti del Sud. È una disoccupazione soprattutto “intellettuale”. Le decide di migliaia di giovani che lo sviluppo della società ha rovesciato nelle scuole trovano solo in minima parte un lavoro. E posso immaginare, dunque, quali speranze si siano già accese dopo l’annuncio della Fiat: da queste parti, come quasi ovunque, operaio è meglio che contadino. Comunque vadano le cose, comunque, io sono sicuro che la Fiat a San Nicola di Melfi non avrà difficoltà a innestare una cultura operaia sulla matrice contadina. Questi sono contadini figli d’una tradizione di operosità e di intelligenza straordinaria.

Al tempo della mia giovinezza, i dirigenti della sezione comunista (il Pci ha ottenuto per molto tempo la maggioranza assoluta) erano contadini si non comuni capacità nel loro lavoro. I loro nomi sono rimasti famosi, a Lavello. E il loro ricordo è circondato di rispetto. Avevano fondato una “cellula” comunista durante il fascismo, che è sempre stata attiva e che non è stata mai scoperta. Non dimenticherò mai la sera del 25 luglio del 1943, quando, poco dopo l’annuncio della radio sulla caduta di Mussolini, migliaia di persone, uomini e donne, si riversano per le strade e cominciarono a demolire le aquile fasciste di tufo che campeggiavano sopra la facciata dell’edificio scolastico. Non avevo nemmeno lontanamente sospettato che l’organizzazione comunista avesse potuto essere così efficiente e capillare. Giocò forse, negli anni del fascismo, il mito contadino di Giuseppe Di Vittorio, che era di Cerignola, a pochi chilometri da Lavello.

Erano tempi in cui in quelle vecchie civiltà contadine, chiuse e silenziose, l’irrompere dei braccianti, organizzati dai comunisti, finì per portare elementi di modernità. Il vecchio “notabilato”, spesso tronfio e ottuso, si trovò improvvisamente a fare i conti con una massa organizzata di diseredati che avevano l’ambizione di porre la società su nuove basi.

Le ricordo le sere delle assemblee di sezione. Bastava mettere la bandiera rossa fuori dalla sede, che era intestata a Giuseppe Stalin, “capo di tutti gli oppressi del mondo”, perché migliaia di persone vi si riunissero. E lì si discutevano (discutevamo) dei criteri di divisione delle terre che avrebbero dovuto essere espropriate ai grandi proprietari. Erano discussioni cui prendevano parte folle di persone. Ma non una notizia usciva fuori dalle mura della sezione. Fu uno dei luoghi di un Mezzogiorno a quel tempo infuocato in cui non vi furono fatti di violenza. Eppure, eravamo a due paso dalla Puglia di Andria, Cerignola, Minervino, Canosa. Con grande emozione ricordo ancora oggi che al momento del massacro delle sorelle Porro, ad Andria, una delegazione di comunisti del mio paese andò nel grosso centro non lontano da Bari per raccogliere notizie dirette su quanto era avvenuto. Giuseppe Di Vittorio impiegò tre giorni per convincere i braccianti di Andria che il Partito comunista non predicavano la violenza. I dirigenti comunisti del mio paese tornarono prima che Di Vittorio concludesse la sua missione. E in un’assemblea molto affollata non condannarono apertamente i loro compagni di Andria. Ma disapprovarono quello che essi definirono “un grave errore politico”.

Non so da cosa derivasse questo loro istinto, questa loro capacità di capire cosa fosse giusto e per cosa lo fosse. Ma devo dire che la loro fu per me, giovane comunista che credeva nella rivoluzione, una grande scuola.

Mi accorgo che sul filo dei ricordi risvegliati dalla notizia della fabbrica della Fiat a San Nicola non c’è più- il mondo della gare contadine al solco più diritto, delle ragazze contadine che si entusiasmavano alla prospettiva di poter indossare le calze di seta, dei braccianti comunisti che capivano d’istinto cosa fosse giusto e cosa non lo fosse in una terra dove la loro capacità di lavoro, non molto tempo prima, veniva misurata dallo spessore dei loro muscoli, il mondo della voglia di avere terra propria da coltivare-forse è anche grazie a quel mondo che la Fiat può insediarsi oggi a San Nicola di Melfi sicura che in quell’angolo di un Mezzogiorno, in gran parte sfasciato, una cultura operaia può innestarsi sulla vecchia matrice contadina.

Certo, quei dirigenti comunisti della sezione del mio pese, che oggi riposano tutti nel vecchio cimitero di fronte all’Ofanto, non avrebbero mai potuto immaginare che un passaggio dell’epoca dell’aratro a quella dell’insediamento di una fabbrica di automobili a Borgo San Nicola avesse potuto farsi senza che i comunisti ne fossero protagonisti. Loro sognavano il Socialismo come l’avevano immaginato. In quel Socialismo non ci sarebbe stato un gran posto per Agnelli. Son morti prima nel momento in cui in quell’angolo di Basilicata arriva la civiltà industriale portata da Agnelli.