L’archeologo e il ferroviere… sui binari del tempo Ovvero “IL CAPOSTAZIONE DI CANNE DELLA BATTAGLIA”
di Nino Vinella (inedito)
Racconto liberamente ispirato alla biografia del prof. Michele Gervasio (1877-1961) e ai ricordi di Domenico Lomuscio
Torre a mare di Bari, settembre 1937
Quella mattina il professore aveva proprio una gran fretta. Si prospettava una giornata speciale davvero. Doveva passare da Bari in Ateneo, sbrigare alcune faccende al Museo archeologico provinciale, vistare le bozze di “Japigia” in stampa alla tipografia e da lì raggiungere a mezzogiorno in treno Barletta, dove lo aspettavano in stazione l’assistente di scavo Giovanni, la disegnatrice signorina Margherita e Arcadio, il responsabile degli operai. Tutti pronti con lui a raggiungere sulla littorina la destinazione finale a Canne, ultima tappa di una giornata molto piena e densa di novità. Lo sentiva…
Era un bel settembre, adatto agli spostamenti: la stazione brulicava di gente che dalla provincia arrivava a Bari sugli affollati treni popolari per la grande Fiera del Levante. Dalla centrale, seduto in una comoda seconda, alla volta di Barletta, giusto il tempo di leggersi la Gazzetta e dare un’occhiata più approfondita agli appunti. Ma era il pensiero di quella benedetta coincidenza da prendere quando sarebbe arrivato lì, a Barletta, che lo assillava: non si poteva assolutamente perdere l’unico treno utile a disposizione!
“Michele, prendi almeno un caffè: alla masseria so che quelle brave persone ti accoglieranno come sempre a braccia aperte e passerai il tuo tempo a scavare coi piedi nella terra sotto tutto questo sole… Ma almeno una tazzina te la posso preparare io, stamattina?” gli domandò la moglie nel soggiorno della villetta che si affacciava sul lungomare dirimpetto ad un Adriatico blu cobalto. “E va bene, Giuditta…” disse il professore sfiorando la guancia della moglie con un bacio e accomodandosi al salottino di bambù.
Levatosi di buon mattino, era già vestito nel suo fresco completo di lino, con tanto di panciotto e la catena dell’orologio d’oro che pendeva orgogliosamente nel taschino: uno spettacolo anche agli occhi di Carmela, la governante di casa.
Il distintivo tricolore del partito sul bavero della giacca, poi, gli dava la giusta importanza…
Ma per Giuditta no: al solo pensiero di saperlo di lì a qualche ora impolverato e tutto sudato, le veniva la tentazione – impossibile – di trattenerlo a tutti i costi lì, nella loro bella casa… Magari a riordinare carte, mappe e documenti, ma vicino a lei, che praticamente non lo vedeva quasi più come un tempo per colpa di quegli scavi laggiù a Canne, di quei continui viaggi in treno, di quelle intere settimane trascorse in aperta campagna senza…
Tirò un sospiro misto a rassegnazione e gli servì sorridendo una fumante tazzina di caffè. Il professore le ricambiò il sorriso tra i suoi baffetti ben curati ed il pizzetto, che non smetteva un solo attimo di lisciarsi. Un gesto che i suoi studenti, soprattutto le pochissime studentesse, conoscevano benissimo come un piccolo vezzo di vanità tutta al maschile: tra l’intellettuale ed il curioso.
Leggeva rapidamente ma puntigliosamente, passando e ripassando il dito sulle righe annotate di pugno, gli appunti trasmessigli “fuori sacco” sul Foggia-Bari dal suo assistente che si era calorosamente raccomandato al capo del vagone postale in transito a Barletta. Era un estratto dal giornalmastro dei lavori sui primi ritrovamenti negli scavi dell’uliveto vicino alla Masseria Jannuzzi, terreni agricoli non tanto distanti in linea d’aria dalla ferrovia, dov’egli stesso aveva dato precise, severissime indicazioni di approfondire la ricerca.
E quel nome che gli continuava a risuonare tremendo nelle orecchie: Annibale…. Annibale… il cartaginese distruttore dei Romani…
Con Giuditta era andato qualche sera prima a Bari a vedere al Kursaal “Scipione l’Africano”, nuovissimo film girato senza risparmio, elefanti compresi, dove al pubblico di tutta Italia si dava ad intendere che la Romanità finiva col vincere su tutti i nemici, anche quando apparentemente perdeva. Nella pellicola girata a Cinecittà si cancellava la sconfitta di Canne col trionfo di Zama. Canne, ad appena sessanta chilometri da Bari. Canne che di colpo ridiventava un capitolo di storia da glorificare in quest’Italia che andava a conquistare l’Etiopia e schiacciava gli africani…
Proprio quella sera, un intraprendente giovane redattore della Gazzetta, Sabino Pizzuto, glielo aveva chiesto sotto voce tirandolo in disparte: “Professore, ma questo misterioso cimitero della grandiosa battaglia a Canne ce lo scoprirete magari proprio voi? …” Ma guarda ‘sto ficcanaso, pensò, qualcuno glielo doveva aver fatto sapere dei suoi viaggi a Barletta, tutti rigorosamente in treno per non suscitare troppe curiosità o domande trabocchetto, tutti scrupolosamente sviati come collaborazione al Podestà Picardi che concluso l’acquistare del monte di Canne… Sempre la solita Gazzetta aveva ricevuto la velina dal Prefetto e pubblicato giorni prima la notizia dell’atto notarile per ben 8.500 lire pagate dal Comune come “irrinunciabile esempio di patriottismo” e di “incrollabile fede nel regime”.
Il professore, che aveva comunque fama di uomo austero e riservato, tenne a freno ogni risposta con un garbato diniego salutando il Pizzuto, che non se la prese più di tanto, abituato com’era al mestiere.
Però, ripensandoci bene il professore in cuor suo, quel tormento sarebbe potuto diventare l’estasi, con un qualche colpo di fortuna al momento giusto. E quel colpo forse la fortuna glielo stava offrendo.
Si riebbe da tutto questo turbinìo di pensieri quando Raffaele, che indossava metà dell’uniforme da avanguardista, coi pantaloni infilati negli stivali ma ancora in canottiera, venne anche lui da bravo figlio a salutare il padre: doveva andare all’Arena della Vittoria per il sabato fascista e l’adunata di ogni fine settimana…
“Papà, gli disse, sarà una giornata trionfale, me lo sento anch’io, grande parata! Peccato: mi sarebbe piaciuto venire insieme a te in quei luoghi tanto cari alla Patria nostra…”
“Non te ne creare un problema, Raffaele: fa’ il dovere tuo qui, e ti assicuro che ci sarà un’altra occasione più importante, me lo sento e te lo prometto… Arriveremo fino al Duce! Ciao Carla, ho fatto aspettare abbastanza l’autista. Ora vado… Carmè, hai caricato le valigie?”
L’affezionata cameriera fece un inchino alla paesana maniera e rispose annuendo col capo. Mentre Raffaele guardava affettuosamente entrambi e si infilava la camicia nera appena stirata dalla fedele Carmela, la signora Giuditta compì l’ultimo gesto del rituale mattutino: prese dall’appendiabiti lo splendido ed immacolato “panama” con la fascia nera e lo porse al professore con la diplomatica piena di documenti e di appunti.
Lui se lo calò in capo, salutò la moglie con un altro bacio, un buffetto sulla guancia di Raffaele che gli sorrise. Dal portaombrelli sfilò il suo bastoncino dal manico lavorato: una vera sciccheria regalatagli proprio dalla signora il giorno del compleanno! Saltò velocemente sull’auto di piazza dicendo allo chaffeur: “Veloce, Bastiano! All’Università mi aspettano”.
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“Barletta. Stazione di Barletta. Per Spinazzola si cambia!” Più che un annuncio, era un mezzo grido urlato dal capostazione lì sul marciapiede del secondo binario dalla parte opposta della banchina centrale. Il professore chiuse la Gazzetta che stava leggendo proprio alla pagina della Terra di Bari, la piegò e la ripose nella tasca della giacca: scese dal treno con la valigia nella mano destra ed il bastoncino nell’altra, pronto ad essere accolto dal benvenuto della signorina Margherita, stranamente più devota e supplichevole del solito.
Che bella e che brava, Margherita, ed anche modesta, con quel tocco leggero da vera disegnatrice già sperimentato all’Università nella redazione di “Japigia”, con quella mano delicata ma professionale, i suoi schizzi veloci e precisi qualche volta anche meglio della macchina fotografica. “Chissà perché ancora non si era maritata” si domandò fra sé il professore…
“Professore, professore, buongiorno!…” disse civettuola. “Ngiorno, signorina” rispose lui, mentre consegnava la valigia nelle mani di Arcadio, il capo degli operai, con la coppola in mano, che lo salutava in silenzio.
“La littorina è pronta? Ci possiamo salire così ci mettiamo comodi e parliamo viaggiando? Non vedo l’ora!”
“Professore, si: è laggiù. Vi accompagno, andiamoci”.
La littorina nuova sgargiante, con la bella livrea color marrone appena uscita di fabbrica, era effettivamente sul binario, vicino al deposito delle locomotive ed alla pompa d’acqua del rifornimento, pronta a partire. Che modernità! Con quel bel FIAT sul suo muso volitivo ce n’era davvero di che andarne patriotticamente orgogliosi…
Al professore non pareva vero di metterci piede dopo averne visto la foto in bianconero sul giornale. Nemmeno pochi mesi prima, quando volle mettersi solitariamente in viaggio per la prima volta verso la stazione di Canne, c’era solo quella vecchia locomotiva a vapore d’inizio secolo, che sbuffava ed ansimava tutta.
Un fumo nero e denso, che quando stavi sotto vento ti arrivava in faccia e dovevi stare col fazzoletto sulla bocca. Sua moglie, ecco perché se l’era presa: un abito bianco candido immacolato indossato alla partenza era tornato quasi grigio dopo quel primo viaggio!
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Stazione di Canne, primavera 1937
Che ricordi… Quel giorno, alla stazione di Canne, appena dopo scoccate due del pomeriggio sull’orologio della stazione, ad aspettare il professore c’era solo lui, Cosimino, il curatolo della Masseria Jannuzzi, che lo aiutò a salire sullo scerabball, il calessino da campagna, per scortarlo a destinazione sobbalzando sulla polverosa via vecchia per Canosa. La strada costeggiava tutta la massicciata ferroviaria, fino all’incrocio della vicinale di Ciminarella e del Perazzo, col ponticello ad arco che passava a destra sotto il binario.
Il professore non era del solito umore in quest’altro viaggio fino a “Canne Scavi”. Sua Eccellenza l’onorevole presidente dell’ente fascista monumenti lo aveva convocato due giorni prima e gli aveva dato una specie di ultimatum: o gli portava le prove della scoperta, di quella straordinaria scoperta che vantava ad occhi chiusi ma senza finora un solo straccio di prova, oppure dal Ministero niente soldi per continuare le ricerche, niente riconoscimenti, niente di niente.
Era stato solenne e molto, molto drastico l’onorevole. Che pure gli portava tanta stima e rispetto, gli aveva assegnato il prestigioso incarico di segretario della redazione di “Japigia”: ma da lassù in alto gli ordini incutevano rispetto massimo, specie con la vittoria in Etiopia e l’Impero prossimo venturo sui colli fatali da Roma… Bisognava solo obbedire e fare anche in fretta: o addio al sostanzioso aiuto del ministero.
Ecco perché si era deciso a partire, a venirci di persona stavolta sul posto. In treno per l’appunto: dare semper et in primis l’esempio di attaccamento agli sforzi della Patria! Ma in treno proprio perché molti indizi raccolti da amici suoi alla Direzione compartimentale delle Ferrovie riferivano esplicitamente sui lavori di sbancamento per costruire la strada ferrata e che alludevano a pezzi di marmo, di colonne antiche, di capitelli: come a Canosa, quando avevano tirato su la stazione giusto sulle fondazioni dell’anfiteatro, andato ovviamente demolito… Cose accadute parecchio tempo prima, verso fine Ottocento, all’epoca in cui la ferrovia costruita da Barletta a Spinazzola era ritenuta di rango addirittura militare e di gran lunga più importante di ogni altra vetusta antichità del passato… In calesse sulla stessa distanza ci volevano addirittura tre giorni: che bel progresso!
Roba da ingegneri. Lui, il professore, andava cercando ben altro: le tracce della battaglia sepolte sotto terra, il cimitero, le tombe dei guerrieri romani uccisi dai mercenari africani di Annibale, di quel mal comandato ma gloriosissimo esercito legionario sterminato dai Cartaginesi. Enigma sul quale si erano rotta la testa fior di personaggi, italiani e stranieri, un mistero che durava da tanto, da troppo tempo e che andava finalmente svelato. Per il bene supremo della Patria, dicevano anche i gerarchi…
Si riprese da tutti questi pensieri solo quando vide sulla sua destra, lì erto come una sentinella a vigilare dall’alto chi ci passava, il casello del kilometro undici, una rustica costruzione color ocra di mattoni a due piani, bello rettangolare e massiccio, uno dei tanti che accompagnavano lo snodarsi del binario a distanza prestabilita come appunto vigili sentinelle cantoniere.
Ma quel casello, e solo quello, aveva qualcosa di speciale, di suggestivo, di assolutamente straordinario, da fargli invidiare chi ci abitava.
Dirimpetto, esattamente di fronte al poggio dov’era stato costruito, ci stava la collinetta coi ruderi dell’antica cittadella di Canne, il “granaio della Daunia”, che si vedeva bene anche dal basso piena zeppa di capitelli, di colonne, di monumenti in rovina, dove i pastori del circondario ci andavano a pascolare le pecore…
In lontananza, proprio sotto la collina fra un podere a spalliera di vigneto e la massicciata della ferrovia, uno zappatore stava faticosamente arando il terreno col suo mulo e guardava la locomotiva allontanarsi dopo la curva in salita, sbuffando.
Tirate le briglie al cavallo, Cosimino si fermò a parlare col casellante: era quel brav’uomo di Ciccillo l’andriese, da tanti anni responsabile della fermata e fattosi un po’ contadino anche lui, visto e considerato che ci stava con la famiglia in assoluta solitudine, stemperata solo dalla gente della grande Masseria.
Gli presentò il professore e Ciccillo ebbe come un sobbalzo stringendogli timidamente la mano dopo essersela strofinata sul pantalone: ne aveva letto il nome sulla Gazzetta. Era davvero un onore per lui avere a che fare con quel personaggio di Bari, addirittura un professorone dell’Università, un pezzo grosso si capiva. Ma si trattenne dal chiedere che cosa ci stesse facendo in quello sperduto lembo di campagna e che cosa andasse a fare dagli Jannuzzi: troppa confidenza, pensò fra sé e sé…
Un saluto veloce, un colpo di ‘scrusciat, la frusta dei carrettieri, sulle orecchie del cavallino Pippo dalla criniera nera e via al trotto in una nuvola di polvere.
Fu pressappoco solo dopo una settimana, o forse dieci giorni, che Ciccillo vide di lontano scendere lentamente il professore lungo il viottolo dalla Masseria giù giù fino al casello, costeggiando a sinistra la piccola torretta rossa dei Doronzo coi fichidindia in bella vista sulla porticina affacciata.
Stava con la giacca sulle spalle, il bastoncino in mano, tutto accaldato: lo seguiva a poca distanza l’assistente, Giovanni.
“Professore, come state? Vi vedo sudato!”
“Ciccillo mio caro, vi chiamate così, vero? Si, avete proprio ragione: sono stremato… Mi devo proprio riposare!”
“Prego, prego. Mettetevi qui sotto il pergolato, all’ombra. Oggi fa davvero un caldo afoso da togliere respiro, quello che diciamo noi, caldo della vendemmia…”
Attirato da quelle voci dei grandi, sulla soglia della porticina del casello si affacciò incuriosito un bambino di tre o quattro anni, riccioli neri neri e sguardo vispo: era Mimì, il figlio di Ciccillo, che addentava una fetta di pane. Sua nonna Marietta da dentro gli diceva: “Mimì, Mimino, stai attento… Non sì denn fastidio ai signori”. Il professore fece ciao con la mano e gli sorrise. Mimino sbatté il piede per terra e se ne scappò dentro.
“E ditemi professore, riprese Ciccillo, vi posso offrire un bicchiere d’acqua, a voi ed al vostro amico?”
“Ma certamente, rispose il professore, certamente…” scacciandosi dalla faccia le mosche che gli ronzavano vicino, attirate com’erano dall’odore dell’uva dei vigneti tutt’attorno. Il casellante rientrò in casa a prendere una rasola piena colma di acqua bella fresca, servendola in due bicchieri ai suoi ospiti.
“E come mai stamattina da queste parti, professore?”
“Caro il mio Ciccillo, fece il professore, abbiamo girato dovunque in questi giorni ma abbiamo solo sprecato tempo. Uff! Mi hanno sempre consigliato male questi vostri compari contadini, mi hanno detto tante cose ma anche tante, tante di quelle fesserie, di autentiche bugie. Quando gli domandi cos’hanno nei loro terreni… e magari sotto terra…”
“Professore mio, ma effettivamente VOI – indicando anche l’assistente – che stata cercando quaggiù? Insomma roba vecchia da museo forse?…”
“Vecchia… bah! Antica vorrai dire: si, effettivamente, ANTICA…”
“Da quando abito al casello, io di antico ho visto solo questo mausoleo qui vicino…” e indicò oltre il vigneto in alto, sul costone dell’altura, una costruzione smozzicata, a forma quadrata. Che appena appena sporgeva dai filari.
“Si, Ciccillo, si che l’ho vista, fece il professore, qui la chiamate con un bel nome, dite tutti che é la tomba di Paolo Emilio, il comandante della nostra cavalleria – diceva col tono da una lezione in aula – quello che morì piuttosto che arrendersi contro Annibale. Un autentico eroe di Roma… Cosa che, detto a voi, mi convince poco, dato che la contrada di Paolostimolo si trova più lontano da qui! Paulus Tumulus, volgarmente Paolostimolo. Dunque, tumolo questo non é…”
“Giustamente. Mi hanno sempre detto che quella costruzione è scampata allo sbancamento della ferrovia tanti anni fa proprio per un miracolo, forse… di Sent’ Rggir, amant dii frastir, come dicono i barlettani!” ridacchiò il casellante. “Ecco perché l’ingegnere costruttore, volle forse rimediare piantando qui davanti questa colonna con la data 1894…”
“Portatemi a vederla, questa benedetta colonna” incalzò il professore.
“Venite, prego, professore” rispose educato Ciccillo. Ed accompagnò il professore ed il suo assistente ad ispezionare la colonna, solitamente visibile solo dal treno. “Colonna romana eretta nel 1894 da Michele Pizzuto a ricordo della battaglia”, c’era scritto sul basamento. Chissà quante volte il professore l’aveva scorta al volo dal finestrino prima di scendere alla stazione successiva: ma ora la esaminava da esperto, col suo occhio indagatore e l’istinto del conoscitore di antichità.
“Si, davvero bellissima, forse apparteneva ad un tempio o ad una villa romana, stimò, io però cerco altro…”
“Ma professore, voi dovrete perdonarmi se mi permetto: qui pensano solo a lavorare sodo, e mi pare proprio che con tutto questo gran daffare, con tutte queste domande a destra ed a sinistra, con la vostra aria da città, date l’impressione che state cercando qualcosa di veramente importante. La gente s’insospettisce: e pensa quasi quasi ad un… tesoro!”
Il professore lo guardò allora dritto negli occhi: “Un tesoro proprio no, Ciccillo. Ma se ci tenete a saperlo, caro mio, sto cercando… OSSA!”
“OSSA, professore? Come queste nostre?” esclamò Ciccillo toccandosi il braccio con la mano e poi le gambe.
“Si, proprio quelle lì! E magari anche ossa antiche… se ci tenete a sapere anche questo!”
“Professore, professore! Gesù mio, cercate ossa, proprio ossa? Ma allora vi posso aiutare io, se mi permettete. Lassù a San Mercurio ce ne sono tantissime, un mucchio così! Seguitemi!”
Il professore e l’assistente si guardarono con aria interrogativa, ma si alzarono di scatto e seguirono in fretta Ciccillo, che si era allontanato di qualche metro verso la piccola altura di San Mercurio e con la mano faceva segno di seguirlo.
Il piccolo Mimino li vide perdersi dietro l’ultimo olivo del viottolo, mentre la nonna lo teneva per mano: stava arrivando il treno, si sentiva il fischio della locomotiva ansimante dietro la curva. E quel discolo gli scappava sempre incontro, quasi a fargli festa.
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Maggio 1944
Era una domenica, ricordo benissimo. Il mese della Madonna si festeggiava anche da noi, al casello, con la preghiera del mattino recitata da nonna, il segno della croce (quando si poteva si faceva una scappata alla Chiesetta di Antenisi) ed un accenno di rosario. Tutto qui.
Ma quella domenica, con la guerra finita per noi abbastanza da tempo, si preannunciava con un qualcosa di insolito, di diverso.
Mi feci dare un tozzo di pane da mia madre, me lo infilai nella saccoccia dei miei calzoni corti e me ne andai alla masseria, salendo il viottolo dal casello verso la Fontana di San Ruggiero. Mi fermai a bere un bel sorso d’acqua, asciugandomi la bocca col rovescio della mano.
Nella masseria c’erano ancora gli sfollati da Barletta, gente che non era ancora ritornata in città e che si era adattata a vivere nei sotterranei della grande casa o nelle caverne scavate come deposito, con le grandi botti messe le une vicino alle altre ed il lucernaio in alto.
Quella mattina c’era da fare come sempre: io e l’amico mio ce ne andammo dietro la masseria, dove c’era un bellissimo aranceto, così per fare due tiri con la fionda a qualche insetto od agli uccelli.
Dirimpetto a noi, quasi invisibile (ma noi sapevamo bene che se ne stava lì tutto da solo), il “titolone”. Ci guardammo ed insieme, come messi d’accordo senza manco una parola, scattammo veloci in quella direzione. Era il nostro gioco di sempre…
Arrivati sotto alla grande pietra, Cecchino si mise carponi ed io gli saltai sulle spalle piegate come quando giocavamo alla mullina. Due salti, e mi ritrovai in cima: “Bravo, mi batté le mani lui, ma ora scendi tu che ci voglio salire io!”
Scesi facendo attenzione, perché non potevo saltare giù di colpo, per cui mi feci scivolare lungo il titolone fino a mettere i piedi in terra. Ero pronto a mettermi anch’io in ginocchio quando, potevano essere le dieci o poco più, sentiamo dei rumori di macchina venire da lontano, proprio dalla curva di Antenisi, sulla strada che s’immetteva dalla statale per Canosa.
Era difficile sentire quel tipo di rumori, e per giunta da quelle parti ed in quel periodo. Incuriositi piuttosto che impauriti, ci andammo a nascondere dietro il muretto a secco del sentiero verso la proprietà De Simone.
“Zitto, dissi a Cecchino, stiamocene fermi qui a vedere chi arriva”.
Trovammo un posto buono di osservazione, in mezzo agli ulivi, e ci agguattammo nell’attesa di vedere chi arrivava.
Appena il tempo di mettersi seduti nello scompartimento che il capostazione col suo berretto rosso alzò la paletta e fischiò perentoriamente: la littorina si mosse verso il passaggio a livello di via Milano e poi a sinistra, scartando sul binario che salendo l’avrebbe portata alla stazione di Canne, da Tittadegna su su verso Spinazzola.
“Giovanni, ditemi allora – fece il professore rivolgendosi all’assistente dopo essersi accomodati sui sedili in pelle dello scompartimento – mi avete scritto dello scavo vicino alla Masseria ed al menhir, dove e come vi avevo indicato. Ditemi, che avete visto coi vostri occhi, Giovanni, allora?”
La signorina Margherita lo guardava incuriosita tergendosi la fronte imperlata di piccole gocce di sudore sotto il cappellino leggero leggero in paglia di Firenze.
Arcadio se ne stava zitto zitto dopo aver tirato la tendina a ripararsi dal sole accecante.
Giovanni si schiarì la voce con un colpetto di tosse, rispondendo adagio ma preciso quasi a tempo col dondolìo della littorina sullo scambio dopo il ponte di Cicchillo: “Professore, avevate proprio ragione! Dopo tante ispezioni a vuoto in giro nella vallata oltre Ofanto col notaio Riontino, fino a San Ferdinando, era lì a poche centinaia di metri, a Fontanella, che dovevamo fare i saggi, come dicevate voi. Ho fatto scavare alla mia squadra direttamente in mezzo agli olivi ed alle viti finché non abbiamo sentito sotto il piccone qualcosa di più duro, di consistente. Ho fatto sospendere il piccone, ho preso io stesso una vanga più leggera e sotto la terra, ad un metro e mezzo, ecco che vedo una lastra rettangolare di pietra…”
Il professore aveva gli occhi socchiusi e si lisciava nervosamente e ripetutamente il pizzetto.
“Ho detto ai miei di ripulirla completamente. Era lunga, ben tagliata: ho fatto sollevare la lastra e dentro ci abbiamo visto… UNO SCHELETRO!
A quella frase, la signorina Margherita emise un “oooh!” di meraviglia restando con le mani inguantate ad afferrare i braccioli del sedile, come paralizzata. Arcadio si atteggiò in un mezzo sorrisino di soddisfazione.
Ma Giovanni scrutava fisso fisso il professore ed aggiunse rapido: “Solo quel barlettano lì, come si chiama, Cenzino, l’operaio più giovane, ha fatto un salto all’indietro per la paura, ma tutti gli altri sono rimasti a bocca aperta. Ho fatto richiudere la pietra e li ho ammoniti al silenzio assoluto, anzi gli ho proibito a tutti di muoversi dalla masseria in attesa che arrivaste voi, professore…”
“Bravissimi, bravo Giovanni… Secondo te, ce ne sono anche tante altre di queste fosse intorno intorno?”
“Di sicuro tante, professore, lo posso giurare!”
“Giovanni, mi ci devi portare subito, appena arriviamo. E’ pronto il solito calesse, lì a Canne?”
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Casello di Canne scavi, ottobre 1942
“Mimì! Mimino! Scappa, la nonna, scappa: vieni che sta arrivando, fai presto!” La nonna stava dritta sul marciapiede con la lanterna rossa posata lì a terra: era il segnale che il treno si doveva fermare là, perché quella era una fermata a richiesta.
A quell’ora la mattina sapeva ancora di un’estate che pareva interminabile e matura come l’uva ancora nei vigneti. Il sole si era già levata da un pezzo dietro la collina, sulla grande masseria da dove arrivavano i suoni dell’aia in piena attività. Le donne andavano giù lungo il sentiero all’antica fontana di San Ruggiero a riempire le capienti rasole che faticosamente si sarebbero portate dietro. Una ranocchietta curiosa le guardava nascosta nel buio fresco della caverna: fece un tuffo e sparì sottacqua. Era una bella giornata di ottobre, coi contadini che venivano a fare la giornata nelle vigne per l’ultima vendemmia.
In direzione Spinazzola, si sentiva oltre la curva il treno che aveva da poco superato la stazione di Canne, pochi chilometri dopo la sbarra abbassata con la grande manovella dal casellante al passaggio a livello che si era lasciato dietro all’uscita dello stradone da San Ferdinando.
Mamma Concetta si asciugava le mani e lo guardava dalla soglia. Al fischio della locomotiva in lontananza, Mimì prese il grappolo d’uva, quella nera nera con gli acini piccoli, che stava mangiando insieme ad un tozzo di pane come prima colazione: fece appena in tempo ad uscire dalla porticina del casello, col grembiule nero ed il fiocco azzurro tutto da un lato sotto il colletto bianco.
La nonna glielo aggiustò veloce veloce, e gli diede un bacio sui bei capelli neri tagliati a spazzola. Un bacio più uno scapilatozzo sulla sfumatura alta: “Muvt’, Mimì, ché il treno mica ti può aspettare”, disse.
Mimì fece una smorfia fra il sorriso ed un “uffa!”, si raddrizzò la cartella di cartone marroncino sulle spalle e salì sul vagone dalle portiere di legno sempre tanto difficili da aprire per un bambino come lui, col treno sbuffante che si era appena fermato dopo la curva: il macchinista aveva visto la lanterna e aveva tirato il freno facendo scendere la pressione della locomotiva. Con un altro fischio lungo e forte.
Da qualche mese, la littorina era stata instradata sulla linea principale da Bari a Foggia: in tempo di guerra bisognava risparmiare su tutto, specie sui combustibili necessari al fronte… ed il compartimento aveva richiamato in servizio la vecchia e fedele locomotiva.
“Buongiorno signora Marietta, come state?” domandò il controllore col berretto rosso all’anziana casellante, che rispose frettolosa: “Bene, bene… R’ggier, per favore, seguitemi mio nipote a Barletta: è appena una settimana che ha cominciato la scuola, lo sapete. Buona giornata”.
“Salutiamo, donna Marietta” disse il capotreno, fischiando giusto per circostanza visto che non c’era nessun altro a salire su. Mimì si sedette sulle tavole in legno di terza classe e si affacciò come sempre al finestrino per salutare la nonna.
Il treno passò sul ponticello e lui da sopra guardò il traino che portava un carico degli ultimi grappoli tutti neri, che facevano un profumo di vinaccia pronta da pigiare. Alzò lo sguardo a destra e strizzò l’occhio verso la collina, mentre un falchetto si andava ad accoccolare là in cima sulla parte più alta della colonna, chiudendo per un attimo le sue larghissime ali. Sembrava che avesse qualcosa nel becco, forse un topolino di campagna, di quelli che ogni tanto si affacciavano anche nella guardiola di casa: inoffensivi ma sempre buone prede.
Quella colonna, che fatica portarla fino al punto alto della collina: ci vollero due asini, quattro operai ed una slitta da carico tirata sotto un sole cocente. Col professore a sorvegliare i lavoranti che la sistemavano con malta e calcestruzzo sul basamento ed il piccolo Mimino in braccio al padre a guardare curioso la scena! “ANNO XVII E.F.” L’anno 1939, il diciassettesimo della cosiddetta era fascista, La data sul lato di fronte all’Ofanto ed a quella verde vallata dove si ammassarono gli eserciti tanti secoli prima, due frasi di Tito Livio e di Polibio scolpite sugli altri, uno in latino e l’altro in greco, sempre il più difficile da leggere… I ferrovieri che passavano in littorina furono i primi ad osservarla guardando in alto, quel giorno, ed a salutarla col suono festoso dei tre colpi di sirena dalla cabina di guida!
Mimì stava affacciato ancora al finestrino quando il treno affrontò la curva appena sotto la cittadella ed imboccò i “Sette ponti” cambiando il rumore della macchina: sbuffava sbuffava, quasi non ce la facesse. Invece tirò dritto orgogliosa, passando davanti al casello di Monte Altino con l’asino del casello a brucare l’erba e l’antica Masseria del Sorgio, a due passi dal passaggio a livello.
Un po’ prima, Mimì aveva aperto contro voglia il sussidiario per ripassare la lettura che sicuramente il maestro gli avrebbe chiesto in classe: la battaglia di Canne e quell’africano di Annibale coi suoi cartaginesi nella piana dell’Ofanto.
Ad un bambino come lui doveva risultare abbastanza facile masticare quella storia e quei nomi, col padre Ciccillo che di tanto in tanto ne discorreva in sua presenza col professore al casello, quando veniva da Bari. S’illuminava il professore a parlare di quella battaglia così antica: ma allora no, oggi c’era poco da inorgoglirsi con la guerra, tanti giovani morti, tante famiglie a lutto…
L’ultima volta Mimino gli aveva sentito dire che il figlio Raffaele si era arruolato come volontario in Tripolitania, e che lui e la moglie gli scrivevano lettere alle quali il giovane rispondeva sempre più di rado…
Fra un sobbalzo e l’altro del treno in corsa sul rettilineo al semaforo di Barletta, Mimino si costruì nella sua testolina di scolaro di campagna le cose da dire all’interrogazione in classe.
“Signor maestro, con i suoi africani Annibale venne a Canne vicino a casa mia, ed attirò nella trappola i poveri soldati romani esattamente come faccio io con la lucertola sul muro, così non scappa più…” e scoppiò a ridere tutto felice di aver saputo trovare la prole giuste, chiudendo le manine grassottelle come una piccola tenaglia nell’aria.
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Stazione di Canne della Battaglia, estate 1958
“Niente meno… Il capostazione di Canne della Battaglia… Madonna santissima!?”.
Già il capostazione di Canne della Battaglia… Erano soprattutto loro, i canosini, ad usare quest’espressione come uno sfottò: a significare che tu, si, magari potevi anche avere un grado importante, un titolo da ferroviere ‘nzist, ma che lo facevi proprio in quella stazione lì a non valere un accidente di niente, sperduta com’era al kilometro undici da Barletta a Spinazzola proprio in mezzo alla campagna più deserta e desolata, con l’unica casa cantoniera sulla provinciale nelle vicinanze.
Ma a questi sfottò io, Mimì, bersagliere fresco congedato di ritorno a casa proprio in quella stazioncina, c’ero abituato da bambino ed ormai non ci facevo più caso. Mio padre Ciccillo pure lui faceva il lavoro di ferroviere e da sempre, da quando gli avevano affidato il casello, se n’era fatta una ragione.
Io lo seguivo a ruota. Anche perché, crescendo, mi ero reso conto che i canosini ce l’avevano con me, anzi con noi tutti quanti della famiglia, noi tutti andriesi di nascita, proprio perché ai loro occhi la stazione era proprio piccola piccola ma con un nome grande: CANNE DELLA BATTAGLIA!
Beh, piccola adesso proprio no, direi. Qualche mese fa, su ordine del Compartimento, eravamo stati quasi… sfrattati da una squadra di operai, carpentieri, muratori che ci avevano obbligato a dormire tutti insieme, ma solo al pianterreno, addirittura nella minuscola sala di attesa spostando le pesantissime panche di legno.
L’ordine di servizio da Roma era di far trovare tutto pronto per l’inaugurazione del museo e della stazione ingrandita. Il progetto ce lo fecero vedere a cose fatte, quando praticamente avevano già montato le impalcature, coi ragazzi in tuta che salutavano dall’alto dei ponteggi le littorine di passaggio…
Era stato un ingegnere della Direzione generale di Roma, addirittura!, che aveva pensato bene di demolire il tetto a tegole spioventi del fabbricato viaggiatori, dove i miei genitori dormivano in una stanza grande, quella matrimoniale, io sul retro che si affacciava sul viottolo verso la Fontana di San Ruggiero e le mie sorelle nell’altra che dava la finestra sul terrazzino prospiciente il binario.
Un autentico putiferio! Vie le tegole, via le travi di legno antico ma resistentissime, via il vecchio solaio fatto di tantissimi “mumml” che assomigliavano ai salvadanai, come li chiamavo io così da bambino, tondi tondi, cotti alla fornace di Spinazzola quando venne costruita tutta intera la ferrovia da Barletta.
Insomma, gli operai buttarono giù tutto quanto, costruirono un nuovo solaio bello dritto, con la botola per il lucernaio e l’intonaco a spruzzo. Ma soprattutto misero davvero in bella copia il prospetto principale del casello: al punto tale che, alla fine dei lavori, sembrava addirittura troppo, troppo bello, col porticato ad archi, i bassorilievi con le teste di Annibale e di Scipione l’Africano e le cinque formelle di ceramica smaltata su in alto, fra un arco e l’altro. Tutte belle tonde, come tanti medaglioni che i disegnatori delle Ferrovie avevano copiato pari pari dalle monete dell’antica Roma e niente meno di Cartagine, una bellezza…
Che bella cosa, dissi fra me e me, davvero un grandissimo onore. E poi quel nome così altisonante, passato da “Canne Scavi” scritto in quell’anonimo bianco su fondo nero a “CANNE DELLA BATTAGLIA” scolpito nella pietra con la vernice rossa a far risaltare ogni singola lettera…
Mezzo chilometro dopo, anche lì i superiori cambiarono nome alla stazione di Canne in CASALONGA, che magari si poteva anche chiamare Ciminarella come facevano i contadini: ma Casalonga suonava meglio, era più orecchiabile, e forse più familiare.
STAZIONE DI CANNE DELLA BATTAGLIA. Un nome che stava tutto quanto nella storia, tanto e materialmente così troppo grande che per scolpirlo sulle lapidi di marmo della stazione gli operai delle ferrovie c’impiegarono due buone settimane. E quel nome nella pietra c’è rimasto per anni ed anni lì a indicare il posto dove noi abitavamo, dove avevamo la casa, dove io crescevo unico maschio in mezzo a tante sorelle: ma dove proprio di fronte a noi, in quella vallata verdissima d’estate con l’Ofanto sullo sfondo e le vigne e gli oliveti ed il boschetto, Annibale le aveva suonate di così santa ragione ai Romani che ancora oggi ci venivano a studiare scienziati e professori. Scendendo proprio dal treno: lo domandavano a noi dove c’era stata la battaglia, e noi volentieri facevamo anche da guida turistica, regalando quelle cartoline lì con la statua di Annibale, quella che si trova a Napoli.
E la domenica ci scendevano pure tante, tantissime persone: persone tranquille, normali e modeste come noi, una folla di brava gente povera ma bella, di gente in festa solo perché si poteva permettere di prendere la littorina, quella si un autentico “treno popolare”.
Quella volta, in quella mattinata di una domenica col sole che ti accecava, avevamo messo perfino le bandiere sulla stazione, mi ricordo bene, bandiere tricolori che l’avvolgevano, e che si gonfiavano col vento che soffiava forte fortissimo dalle colline fino a scendere giù giù fino al fiume.
Dalla littorina quella mattinata di domenica, a scendere sul predellino quando si apriva il battente c’erano anche le autorità. Tutte venute chi da Bari chi addirittura da Roma. Il generale Ludovico fiero con le sue decorazioni appuntate sulla bella uniforme blu dell’aviazione che faceva da padrone di casa: e certo che se lo poteva permettere! Mio padre aveva sentito dire da amici fidati del Compartimento che il generale aveva messo centomila lire di tasca sua per far allacciare la corrente elettrica al casello, e senza farlo sapere a nessuno, di nascosto. Ed il Comitato Pro Canne? Un’altra sua creatura, un modo di mettere in pratica tutti gli insegnamenti ricevuti a scuola. Davvero un gran brava persona…
E Aldo Moro, il ministro nostro, col ciuffo bianco in mezzo ai capelli neri, che aveva fatto carriera e dall’università adesso stava nel governo, lui che non parlava quasi mai, ascoltava silenzioso come perso nei suoi pensieri: ma che quando attaccava era una musica!
E poi il professore, con la sua paglietta bianca in testa, il pizzetto ormai tutto bianco, gli occhiali neri: poveretto, un figlio morto in guerra, e portava ancora il lutto dopo tanti anni… Eppure ci aveva tenuto a venire anche lui in quell’occasione, per fare il discorso, per parlare di com’erano andate le cose in quella battaglia di tanti secoli prima, coi legionari massacrati dai cartaginesi. Tutto un discorso alla folla, quasi un autentico comizio proprio lì sotto il porticato della mia stazione, di colpo ridiventata il centro perfetto del mio piccolo mondo!
Una distinta signora molto ben vestita, accompagnata, mi sembrò, dal figlio, un giovanotto della mia età, s’era avvicinata al professore, che l’aveva chiamata per nome rivolgendole il saluto: “Margherita, mia cara Margherita! Da quanti anni… Come state?” Io sentii distintamente lei: “Professore, bene grazie. Oggi sono venuta apposta da Genova. Vi vorrei presentare Enrico che studia qui all’Ateneo e vuole diventare archeologo…”
Mi affacciavo dalla finestra della minuscola sala da pranzo di quel casello, dove mia nonna accendeva d’inverno il caminetto, e guardavo le signorine con le gonne larghe larghe piene di taffettà, i tacchi a spillo, i bambini che strillavano, i soldati in libera uscita con la bustina in testa. E le cicale che non la smettevano un solo attimo… Fuori, dagli altoparlanti, la voce del professore scandiva bene le parole, gli occhi che s’illuminavano a parlare di Annibale e di quella vittoria che si studiava a scuola e ti facevano una capa tanto così i maestri.
Quand’ero bambino e andavo alle elementari prendendo ogni giorno il treno, il mio maestro alla fine mi diede anche una bacchettata sul palmo della mano perché all’interrogazione quel giorno non mi veniva in mente il nome del fratello di Annibale ed avevo fatto scena muta. Ora lo so a memoria: Asdrubale!
Ma è al fratello grande, ad Annibale, è solo a lui che sono affezionato, gli porto rispetto come fosse uno di famiglia, insomma. Il professore, una volta, prese il mio libro e sulla parte bianca interna della copertina mi fece con la biro il disegno della battaglia, con i quadrati delle legioni, le frecce della cavalleria cartaginese che andava a prenderle alle spalle… Lo conservo gelosamente come una reliquia…
Oggi tutti avranno visto al nuovo museo inaugurato col taglio del nastro ed il saluto militare quelle vecchie fotografie di cui mi parlava sempre mio padre: con gli scheletri deposti nelle tombe, la squadra degli operai a scavare sotto il sole cocente in mezzo agli olivi ed alle viti. Erano soldati uccisi, da bambino ne avevo tanta paura!
Ma adesso che ero un uomo fatto mi sentivo una specie di persona particolare in quella domenica lì. Con l’operatore dei film Luce che mi aveva chiesto in barese una scala per salire su su in alto a riprendere con la sua macchina da presa la folla, il discorso, le divise, gli onorevoli…
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Una settimana dopo andammo a Barletta al cinema Dilillo a vedere “Le fatiche di Ercole” in prima visione. Facciamo appena in tempo a sederci nella barcaccia io e Maria, la fidanzata mia, che dalla cabina in fondo parte la pellicola in bianco e nero con la sigla della Settimana Incom nella sala buia piena di fumatori ad aspettare il film.
All’improvviso, appena dopo la sigla, ecco la voce bella profonda dell’annunciatore al cinegiornale: “Canne. S’inaugura una stazione a cui scenderanno non solo gli archeologi e i turisti ma gli italiani consapevoli della loro storia…”. Brusìo, qualche battuta, la gente in sala bisbiglia, tizio dice a caio che s’aspetta magari di vedersi. Qualcuno anche di riconoscersi.
Io guardo sorridendo Maria, giro allegro la testa verso lo schermo e… mi vedo! Si, si, sono proprio io, io che me ne sto in primo piano là sullo schermo grande come una piazza: io a fare una specie di attore, e se non proprio attore attore, almeno una comparsa importante, appoggiato come me ne sto vicino al muro della stazione, di casa mia, alle spalle del ministro in doppiopetto, ad un palmo dal professore che faceva il discorso, al giornalista Pizzuto (lo riconosco, c’era sempre lui a scrivere sulla Gazzetta) che gli stringe la mano ed al generale che gli consegna la medaglia d’oro col sindaco Palmitessa ed il consigliere comunale Riccheo.
Madonna santissima! Ero proprio io, Mimì l’andriese, figlio del ferroviere Ciccillo: se lo avessi saputo che mi riprendeva, quel traditore di un barese là del cinematografo di Bari, l’avrei anche spenta la mia sigaretta.
Invece adesso tutti gli italiani mi guardavano con indosso il vestito buono della festa e la nazionale stretta fra le labbra, i miei capelli neri riccioluti e spettinati, che stavo fumando. In una cerimonia ufficiale!
Adesso sì che da Canne lo sapevano in tutta Italia…
Grazie, Annibale!
FINE
