C’È ACQUA PER TE. Un Invito a partecipare VENERDI’ 27 OTTOBRE all’incontro dedicato al FUTURO DELLE RISORSE IDRICHE NEL MEZZOGIORNO nell’ambito del FESTIVAL “PUNTO SUD” – una iniziativa degli Editori Laterza con SVIMEZ.
Spunti per provare a ragionare sul ruolo del Parco Fluviale dell’Ofanto dentro una rinnovata “Questione Meridionale”
Bari, Palazzo Acquedotto ore 9.30 – 27 ottobre 2023.
Il Festival “Punto Sud. Mezzogiorno reale, Mezzogiorno immaginato” che si terrà dal 26 al 28 Ottobre 2023 a Bari, a cura degli Editori Laterza con Svimez, sarà l’occasione per riportare al centro del dibattito pubblico una riflessione critica documentata e partecipata sul Sud e i suoi modelli di sviluppo.
Non si tratta solo di “dare gambe e testa a investimenti pubblici strategici per il Sud e il Paese”, come si legge nella presentazione dell’incontro di venerdì 27 Ottobre (ore 9.30 – Sala conferenze – Palazzo dell’Acquedotto Pugliese), dedicato al futuro delle risorse idriche del Mezzogiorno, ma soprattutto di ripensare i modelli di riferimento e l’idea stessa di sviluppo, in un’ottica di integrazione e riequilibrio.
In questa riflessione sul Meridione, il Fiume Ofanto e la sua Valle sono da tempo alla radice dell’azione progettuale per l’elaborazione del Piano Territoriale del Parco regionale, da un lato, e il Contratto di Fiume dall’altro. Si tratta di una riflessione sul ruolo delle Valli e dei Parchi Fluviali come “infrastrutture verdi” in grado di contrapporsi, già nel presente, alle reti economiche in un nuovo pensiero di rinnovamento del Sud; l’Ofanto rappresenta infatti una ‘terra di mezzo’ tra Appennino e Adriatico e luogo dove la “Questione” si è in qualche maniera alimentata attraverso figure come Giustino Fortunato e Giuseppe Di Vittorio (solo per citarne alcuni).
I fiumi sono ecosistemi ricchi di biodiversità, che possono offrire lo stoccaggio e il sequestro del carbonio, la regolazione della qualità dell’acqua e il controllo dell’erosione,
l’impollinazione, la produzione di materie prime rinnovabili e la gestione del rischio di alluvioni. A ciò si aggiungono tutti quei servizi culturali, ricreativi e turistici che si accompagnano a un ecosistema in salute.
Abbiamo a che fare con due essenze contrapposte ma sinergiche: i fiumi con la loro reattiva biodiversità e le piane insediate di agricoltura ed industria. Due entità quanto mai vicine e dipendenti le une dalle altre. Come si legge in un recente articolo de La Repubblica link all’articolo
[il World Economic Forum ha dichiarato che più della metà dell’intero Pil globale, pari a circa 44 trilioni di dollari, è strettamente legata ai servizi che l’ecosistema offre. Questo coinvolge settori cruciali come l’energia e l’agricoltura. È fondamentale comprendere che qualsiasi forma di danneggiamento all’ambiente naturale comporterebbe un disastro economico. Tuttavia, ciò che è preoccupante è che i finanziamenti attuali destinati a proteggere la biodiversità coprono solo una frazione (circa il 16-19%) di ciò che è veramente necessario per preservare l’ecosistema.
Secondo la Banca Mondiale, se non cambiamo rotta e non investiamo in misure adeguate, potremmo subire una contrazione annuale del Pil globale pari al 2,3%. Questo ci dimostra quanto sia urgente agire. Occorre quindi stabilire collaborazioni tra enti pubblici e privati, promuovere nuove iniziative sperimentali e adottare in modo collettivo le migliori pratiche internazionali per proteggere il nostro prezioso patrimonio naturale, che è alla base del nostro benessere.
Il World Economic Forum ha ulteriormente evidenziato che quattro dei cinque principali rischi globali nei prossimi dieci anni sono strettamente legati all’ambiente. Oltre alla perdita di biodiversità e al collasso degli ecosistemi, si citano anche la necessità di mitigare i cambiamenti climatici, adattarsi ad essi, affrontare i disastri naturali e le condizioni meteorologiche estreme. La necessità di agire con urgenza per affrontare queste sfide ambientali è innegabile.
Dobbiamo superare il comune equivoco che mette principalmente le imprese in prima linea per le crisi ambientali. Le cause di tali crisi sono radicate nel sistema nel suo complesso, e le aziende hanno un forte motivo per contribuire a cambiarne il corso. In fondo, anche loro subirebbero pesantemente le conseguenze di un’assenza di azione]
Nel caso dell’Ofanto la dimensione longitudinale del Parco dell’Ofanto (organizzato dentro valli interne e piane costiere) e quella trasversale (tra aree industriali degli interventi ex Cassa del Mezzogiorno e post terremoto dell’Irpina e quelle dell’agricoltura) delinea percorsi di identificazione non più riconducibili a fenomenologie di aree protette come “isole” accerchiate da sistemi insediativi “prementi” (Vesuvio, Cilento, Alta Murgia), bensì a sistemi interagenti. In questo senso i servizi ecosistemici erogati dal Parco Fluviale scambiano flussi con i distretti produttivi industriali, con quelli rurali e con quelli del cibo, che si configurano come Aree industriali Ecologicamente Attrezzate, fornendo elementi per la simbiosi industriale.
Il Parco Fluviale è misura delle politiche di simbiosi e, al contempo, beneficiario delle azioni di compensazione che non si limitano alla sola tutela ma, in contesti di forte artificializzazione come quelli delle valli, costituiscono l’opportunità di costruzione di uno scenario di rafforzamento delle prestazioni ecosistemiche da erogare.
Dentro questo ragionamento trova spazio un’altra considerazione: la Valle dell’Ofanto è uno dei luoghi dove maggiormente si è concentrato e sedimentato il più grande patrimonio storico infrastrutturale realizzato nel periodo pre e post unitario fino agli interventi della Cassa del Mezzogiorno (le opere di difesa fluviali, le bonifiche, le dighe, i borghi della Riforma Fondiaria, le condotte, i canali, la viabilità interpoderale, rete tratturale, i punti e viadotti/acquedotti, le linee ferroviarie, tutti in qualche maniera connessi alla “Questione Meridionale”). Dunque una Valle caratterizzata da una forte commistione tra infrastrutture sedimentate (spesso una convivenza tra vecchie e nuove opere, queste ultime quasi mai che recuperano funzionalmente le vecchie) ed una naturalità relittuaria e per certi aspetti inedita; dall’altro un Parco fluviale proiettato alla tutela, ma soprattutto alla costruzione di una naturalità in grado di erogare servizi ecosistemi collettivi in regime di fore promiscuità tra reti ecologiche e reti economiche.
Ponte dell’Acquedotto Pugliese, Ascoli S. – Lavello
A questo punto il senso è provare a stimolare ragionamenti sulla rigenerazione in chiave di adattamento ai nuovi obiettivi di sostenibilità ambientale del PNRR, del grande patrimonio storico infrastrutturale della Valle dell’Ofanto. Quest’ultimo costituisce una presenza rilevante e problematica all’interno del Parco, nel senso di contemperare le reciproche esigenze di gestione delle risorse con quelle della biodiversità oltre che ricercare matrici identitarie altre nella formazione di questa Comunità di Valle.
Un inizio di ragionamento su come fronteggiare e cogliere le opportunità delle transizioni energetiche, quelle climatiche e quelle culturali in chiave di recupero/riciclo, proprio a partire da tutto quel patrimonio infrastrutturale che si è recentemente stratificato nella Valle e che ora ha bisogno di essere ripensato, ottimizzato nella logica del risparmio e della logica multi obiettivo.
L’intera questione, che in questi ultimi mesi è stata oggetto di riflessione nei tavoli del Contratto di Fiume dalla Bassa e Media Valle dell’Ofanto e che si è sintetizzata attorno all’idea di un “Parco in Transizione”, può trovare un primo momento di sintesi attorno al sistema omogeneo e coerente delle tre borgate realizzate dalla Riforma Fondiaria nella media valle tra Puglia e Basilicata: Loconia (Canosa di Puglia), Moschella (Cerignola), Gaudiano (Lavello). I tre borghi, nel loro insieme, localizzati nelle piana Ofantina sia in sinistra che in destra idrografica, costituiscono un esempio di sistema insediativo autonomo, svicolato dai centri urbani di rispettivo riferimento amministrativo, e che mantengono ancora una loro ragion d’essere quale presidio legato al mantenimento di una attività agricola stabile.
Un ragionamento del rapporto tra Aree interne e Costa, indagato dal punto di vista delle borgate di fondazione della Riforma Fondiaria e che acquistano maggiore interesse se contestualizzate in questo periodo di transizione del paesaggio, in che maniera coniugare la tradizione con l’i innovazione, l’identità territoriale con le opportunità tecnologiche.

Borgo Moschella (Cerignola)

Borgo Loconia (Canosa)
Significa travalicare la valenza di continuità ambientale del fiume, dei suoi adduttori e delle connessioni ecologiche, per “riammagliare” ecologia, comunità, economia locale.
In una rinnovata discussione sul Mezzogiorno, il Parco dell’Ofanto può essere visto come esempio di una infrastruttura verde e blu, che si fa motore di un nuovo riscatto, coniugando le istanze ambientali con quelle sociali, culturali ed economiche. Cultura, storia, natura, innovazione, ripresa produttiva, salvaguardia ambientale, sviluppo economico e sociale non devono più essere concetti in opposizione ma devono diventare parte di un approccio integrato capace di generare valore in un’accezione ampia del termine e in una più vasta prospettiva nazionale ed europea. Il parco e il suo fiume diventano trasversali sia per i temi che investono, sia per la loro dimensione fisica. Il fiume, tra la foce e le sorgenti, è infatti capace di riconnettere la “polpa e l’osso”, l’enorme attrattività della costa con l’abbandono delle aree interne, svolgendo un ruolo fondamentale nel colmare i divari territoriali e riavvicinare le comunità.
Questo approccio interdisciplinare ed ecosistemico richiede ovviamente l’adesione e la partecipazione in primo luogo dei cittadini, oltre che delle istituzioni e delle forze produttive. Lo strumento del Contratto di fiume della Bassa e Media Valle dell’Ofanto, con la firma del Documento di Intenti nel 2020 e l’adozione dello Schema di Piano Territoriale del Parco Naturale regionale del Fiume Ofanto nel 2021, nascono proprio per sviluppare una prospettiva progettuale partecipata e di lungo periodo, coinvolgendo tutti gli stakeholders. Il riscatto del Mezzogiorno non può infatti che partire dal basso, in un’ottica di beni comuni, di valorizzazione del capitale sociale e di attivazione di comunità collaborative.
Vi invitiamo quindi a prendere parte agli eventi del festival “Punto Sud” per provare a declinare i temi di discussione rispetto alla Valle dell’Ofanto; nel senso di immaginare un senso, ruoli, funzioni e scenari di un Nuovo Parco Fluviale per un cambio di paradigma basato su nuovi modelli di sviluppo sostenibile dentro una “Nuova Questione Meridionale”.
- Per consultare il programma del festival “Punto Sud”:
https://www.puntosudfestival.it
- Riferimenti:
https://www.parcoofanto.it/luoghi/
https://www.parcoofanto.it/storie/

